Quando si parla di vino campano, il nome Mastroberardino torna sempre.
Non per moda, ma perché in molti momenti delicati della storia del Sud è stata una delle poche aziende a credere davvero nei vitigni locali. Atripalda, provincia di Avellino. Qui nasce nel 1878 una cantina che oggi è considerata un punto di riferimento per il Taurasi DOCG e per la salvaguardia di uve come Fiano e Greco.
Una storia lunga undici generazioni
La famiglia produce vino da oltre undici generazioni, ma la cantina moderna prende forma con Angelo Mastroberardino alla fine dell’Ottocento. In un’Italia appena unificata, capisce subito che il vino non basta farlo bene: bisogna anche saperlo portare fuori dai confini locali. Apre una società logistica a Roma per facilitare l’export, scelta non scontata per l’epoca.
Nel Novecento, Michele e poi Angelo portano avanti l’azienda tra guerre, crisi economiche e trasformazioni profonde del settore. Dopo la Seconda guerra mondiale, mentre molti vigneti del Sud erano stati devastati, la famiglia sceglie di continuare a investire sui vitigni autoctoni invece di sostituirli con varietà più facili o internazionali.
Il nome che resta più legato a questa fase è quello di Antonio Mastroberardino, spesso definito “l’archeologo dell’uva”. È lui a lavorare con ampelografi per identificare e recuperare varietà antiche come Aglianico, Piedirosso e Sciascinoso, salvandole da un possibile abbandono.
Il Taurasi e la reputazione internazionale
Per gran parte del Novecento la cantina ha rappresentato una quota enorme della produzione DOC campana e oltre il 90% del Taurasi DOCG. Oggi il mercato è più ampio e competitivo, ma il ruolo storico resta.
Il Radici Taurasi è considerato da molti uno dei vini che hanno acceso i riflettori sul Sud Italia. Strutturato, tannico, con note che evolvono verso tabacco, cuoio e spezie, viene spesso paragonato ai grandi rossi piemontesi. L’azienda produce il Taurasi come 100% Aglianico, scelta non universale nella denominazione.
Oltre al Taurasi, la cantina realizza Fiano di Avellino, Greco di Tufo, Lacryma Christi, Falanghina e altre etichette DOC e IGT, con una produzione annua che si aggira intorno alle 150.000 casse provenienti da circa 60 ettari di vigneti di proprietà e uve selezionate.
Il progetto Villa dei Misteri a Pompei
Uno dei capitoli più particolari riguarda Pompei. In collaborazione con la Soprintendenza archeologica, la famiglia ha avviato il progetto Villa dei Misteri, con l’obiettivo di ricreare il vino dell’antica città romana distrutta dal Vesuvio nel 79 d.C.
Attraverso studi sul terreno, analisi dei semi ritrovati nella cenere e il confronto con testi antichi come quelli di Columella e Plinio, sono stati reimpiantati vigneti con varietà compatibili con l’epoca, tra cui Piedirosso e Sciascinoso. Le vigne sono coltivate con densità e tecniche simili a quelle romane, utilizzando pali di castagno e pratiche tradizionali.
Il vino prodotto non viene filtrato e può affrontare lunghi affinamenti in legno. Le bottiglie vengono spesso messe all’asta per finanziare ulteriori ricerche archeologiche. Non è solo un’operazione commerciale, ma un progetto che unisce vino e memoria storica.
Tradizione e scelte produttive
Nei vigneti di Mastroberardino le rese sono spesso inferiori rispetto ai limiti consentiti dai disciplinari DOC e DOCG. Una scelta che punta sulla concentrazione e sulla qualità. A differenza di molte realtà che hanno introdotto Cabernet o Merlot, qui dominano quasi esclusivamente varietà autoctone campane.
I rossi, soprattutto l’Aglianico, vengono affinati in botte da uno a tre anni prima della commercializzazione. I bianchi possono vedere un breve passaggio in legno, ma restano centrati su freschezza e identità territoriale.
Oggi l’azienda è guidata da Antonio insieme ai figli Carlo e Piero. In un mercato del vino sempre più affollato, la sfida non è solo vendere, ma continuare a dimostrare che i vitigni dell’Irpinia hanno una voce propria. E che quella voce, se sostenuta nel tempo, può attraversare generazioni senza perdere carattere.



